La notizia del giorno è che Mancini e Felipe Melo si amano. Roberto si era invaghito di Filippo durante l’esperienza turca al Galatasaray, però, adesso, all’Inter, è diventato amore vero! Il bacio del brasiliano alla moglie in diretta tv non è una smentita, piuttosto una conferma, quella che si è soliti chiamare una “copertura” a favore del grande pubblico. I segnali sono tanti. L’allenatore jesino ha voluto fortemente il numero 83 di Volta Redonda nella campagna acquisti estiva e Melo ieri ha confermato che avrebbe voluto venire all’Inter da alcuni anni. Mancini considera il brasiliano insostituibile nel suo 11 ideale e fa turnover in attacco, tendendo fuori il super-talento Jovetic, ma non tocca il centrocampo del suo beniamino. Felipe lo ripaga con tanta legna e tanta garra e poi volando in cielo per sbloccare il risultato, proprio nel momento in cui l’Inter se l’era vista brutta per colpa di un’amnesia difensiva e della classe di Jacopo Sala.
A parte gli scherzi, se non è amore, sono tutti segnali di un gruppo affiatato e compatto, dove la stima e la fiducia tra allenatore e giocatori portano il valore aggiunto che distingue le squadre che giocano bene da quelle vincenti. Ed allora, a chi dice che l’Inter gioca male, viene spontaneo rispondere “nel campionato italiano non ho visto nessun Barcellona”. O da parte di chi dei due va in campo “Volete vedere il bel calcio? Guardatevi il Barcellona!”.
Non vi fate ingannare da queste parole. Non è solo un omaggio alla squadra più vincente del calcio contemporaneo, è un modo per distinguersi. È una maniera per dire “Noi, siamo questi. Non avremo i fenomeni, ma lottiamo e ci crediamo. Noi non siamo i fighetti miliardari del tiki taka, noi guadagniamo ogni punto con il sudore e con la forza ”. È già un marchio di fabbrica dell’allenatore e della squadra. Il fatto di prendere coscienza della propria identità è il primo passo nella creazione di un gruppo unito e compatto. Mancini è un vincente e sa che la psicologia conta molto nel calcio e cambia volto alle squadre e ai campionati. Mancini ha vinto tanto ovunque sia andato, ha già vinto a Milano ed ha la ricetta giusta per portare in alto la Beneamata. Per costruire la squadra ha voluto i suoi uomini e li ha protetti per quattro giornate dalle luci della ribalta, dai facili entusiasmi, da responsabilità che lui sa sopportare meglio di questi giovani talenti, tenendo un profilo basso e ripetendo all’infinito “c’è tanto da lavorare”.
E mancini lavora. Già oggi ha ripreso gli allenamenti dividendo il gruppo in due. Chi ha giocato contro il Verona ha defaticato in palestra mentre chi è stato in panchina ha lavorato sul campo, tra esercizi atletici e partitelle.
Ma durante l’intervista del dopo partita di ieri, anche se involontariamente, ha abbandonato per pochi attimi il low profile dell’allenatore operaio. Ha ripetuto meno volte il refrain “c’è da lavorare tanto” e, nella foga della difesa della sua creatura dagli attacchi dei belgiochisti da scrivania , ha paragonato l’Inter al Milan di Costacurta, la squadra più vincente degli anni ’90. Ha pronunciato più volte la parola scudetto, non come fosse una pericolosa chimera, ma come se fosse normale che l’aspirazione dell’Inter debba essere quella di vincere il campionato, e, forse senza rendersene conto, ha smesso per un po’ di fare il pompiere.
Se pensiamo ai risultati dei nerazzurri del campionato scorso, questa Inter sembra un miracolo. Invece il Mancio ce la propina ogni settimana come fosse normalissimo essere primi in classifica con 10 punti di distacco dalla Juve, 7 dalla Roma e 6 dal Milan. Mancini è un vincente e la forza di un allenatore vincente è convincere anche i giocatori che lo sono. Ma il Mancio sta facendo di più. Pian piano, in punta di piedi, ha convinto anchei tifosi che l’Inter può vincere il campionato, con i fatti, non con i proclami. E, cosa più importante, ha convinto pure gli avversari. Welcome Back Mr. Mancini.
di A. Alfani

