Ci sono predestinati nel mondo del calcio.
Uno di questi è sicuramente Roberto Mancini: giocatore dalla classe cristallina, allenatore arrivato nel posto giusto al momento giusto (vedi Inter in epoca Calciopoli).
Roberto questa volta, però, si è guardato troppo allo specchio (che nel caso dell'allenatore di Jesi è quanto mai attinente): il suo "mal di pancia" verso la società è quanto di più masochista potesse fare una persona nella sua posizione.
Andiamo con ordine e partiamo dall'accaduto: rumors parlano di un
Mancini seriamente intenzionato a rassegnare le dimissioni, infastidito da una società che non sembra dare la giusta tranquillità su un futuro da top team.
Prima di addentrarci sul perchè sia la scelta sbagliata, è doveroso fare un breve excursus sulla sua carriera di allenatore:
Esordisce sulla panchina della
Fiorentina nel marzo del 2001 per sostituire
Terim: vince il suo primo trofeo, nello specifico la
Coppa Italia.
L'anno successivo (2002) torna all'amata
Lazio dove in due anni centra la
qualificazione Champions (4° posto) vincendo inoltre un'altra
Coppa Italia segnando così, probabilmente, il miglior risultato della carriera in funzione dei mezzi a disposizione (era una
Lazio in piena crisi per il crac di
Cragnotti, per quanto farcita di ottimi giocatori).
Nel 2004 approda all'
Inter dove siederà fino al 2008 (esonerato dal buon
Moratti per un'uscita infelice post eliminazione in
Champions per mano del
Liverpool). Qui vince
3 Scudetti, 2 Coppa Italia e 2 Supercoppe Italiane.
Dal 2009 al 2013 guida il
Manchester City portando in bacheca una sola
Premier League, nonostante gli ingenti investimenti di
Kaldoon Al Mubarak, presidente dei Citizens.
Prima di tornare all'
Inter, dove ha collezionato un 8° e un 4° posto nelle ultime due stagioni, è subentrato in corsa al timone del
Galatasaray, giungendo 2° nella massima serie turca.
Per molti allenatori questo ruolino di marcia sarebbe un ottimo biglietto da visita, ma per
Mancini no: con i suoi capricci e richieste ossessive (e spesso molto onerose) accompagnati da un gioco tutt'altro che spumeggiante (la sua tendenza verso una squadra molto muscolare è ormai nota),
rappresenta semplicemente il minimo sindacale.
Proprio qui nasce l'autorete di Roberto: dopo anni di lamentele e liste della spesa, i fallimenti (il 3° posto la scorsa stagione era l'obiettivo dichiarato e molti dei giocatori richiesti sono finiti presto nel dimenticatoio,
Telles e
Jovetic per citarne due) iniziano a pesare doppio:
1) da un lato vi è
la perdita di credibilità nei confronti delle proprie società che, nonostante lo accontentino regolarmente, non vedono la squadra raggiungere gli obiettivi prefissati;
2) dall'altro vi è
il minor appeal verso i giocatori stessi, vista la gestione "ad hoc" dedicata a coloro che il tecnico richiede.
L'ennesimo mal di pancia di
Bobby-Gol se dovesse effettivamente manifestarsi e sfociare nelle dimissioni paventate, rischia di essere il viatico per una strada pericolosamente ripida, fatta di rimpianti e lamentele. Rischia di essere, e speriamo di sbagliarci, l'ennesima chance buttata al vento per dimostrare di meritare lo stipendio da top che percepisce.
Rischia di essere l'autogol decisivo, dopo tante reti messe a segno.
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