Facciamo subito una premessa: non era più possibile sostenere un allenatore più dedito ai capricci che non a svolgere il suo compito, ovvero allenare.
Dopo le sconfitte pesanti con Bayern Monaco, PSG e Tottenham era chiaro che qualcosa non andava: il tecnico non batteva ciglio, la squadra non reagiva. Il cambio, quindi, è la soluzione più giusta, nonostante le parole di Moratti di qualche giorno fa "neanche io mi sono mai sognato di esonerare un allenatore a 20 giorni dall'inizio della stagione".
Andava fatto ed è stato fatto.
Ma tutti ci perdono.
1 - La societÃ
L'avvento del colosso Suning aveva fatto sgranare gli occhi ai tifosi nerazzurri: con un patrimonio stimato di 15,3 miliardi di Euro ci si aspettava da subito fuochi d'artificio.
Cosi non è stato (causa FPF - Fair Play Finanziario), forse sintomo di serietà , dopo anni di barzellette.
Ma la gestione del caso Mancini (e Icardi, anche se l'allarme sembra rientrato) mostrano una struttura societaria ancora fragile, nonostante il buon Ausilio stia facendo l'impossibile per costruire una squadra competitiva
2 - Thohir
L'indonesiano ha ottenuto quel che voleva: Mancini via e probabilmente De Boer in panchina.
Un dirigente di polso e competente, però, non aspetta l'8 Agosto per dare una stretta decisiva alla rescissione del tecnico, bensì prende decisioni coraggiose e ponderate.
Una squadra a 14 giorni dal via non può assorbire i dettami di un nuovo tecnico, ammesso e non concesso che questo arrivi seduta stante in quel di Milano.
3 - La squadra
La sconfitta in questo caso è duplice: da un lato il gruppo è vittima di dinamiche societarie che potrebbero portare scompensi non indifferenti all'interno dello spogliatoio: non è necessariamente un male, visto il fallimento tecnico della scorsa stagione, ma è sicuramente un azzardo facilmente evitabile. Dall'altro vi è la mancanza di presa di posizione dei professionisti che, invece che affrontare da lavoratori lautamente pagati la situazione, hanno preferito farsi passeggiare in testa dagli avversari, per quanto blasonati questi fossero.
4 - Mancini
Il tecnico iesino ha dimostrato di non essere in grado di costruire una squadra vincente, tutt'altro: è riuscito a non centrare un obiettivo (Champions) ampiamente alla portata della rosa a disposizione, sopratutto dopo gli stenti in casa Roma. Non pago, il Mancio, ha deciso che fosse più importante dedicarsi alla nobile arte del capriccio (vedasi caso Yaya Tourè) piuttosto che prendere una decisione pacifica: se in disaccordo con la società sul proprio ruolo, le dimissioni sono la naturale conseguenza.
Roberto, invece, è "rimasto incollato alla poltrona" (o alla panchina, in questo caso) per non perdere i 4,5 milioni netti che sarebbero finiti nelle sue tasche per l'ultima stagione in nerazzurro. Altra colpa grave del tecnico è aver messo in discussione alcune clausole del rinnovo propostogli: colui che per due stagioni non riesce in quello per cui viene pagato (Europa prima, Champions poi) dovrebbe farsi un bagno di umiltà , accettare compromessi e persino ringraziare chi lo voleva ancora sulla panchina nerazzurra.
5 - I tifosi
Si parla sempre di Icardi, Mancini, Thohir e compagnia bella. Chi ci rimette veramente, però, è il tifoso, nonostante la maggior parte del popolo interista stia, probabilmente, festeggiando. Non è un discorso filo-ultrà che parla di come il tifoso sia il centro della società , tutt'altro: il tifoso può o non può scegliere o meno se andare allo stadio, se comprare la maglietta, se fare abbonamenti alla pay-tv; non può metter bocca negli affari di quella che è, di fatto, una impresa privata (e quindi gestita in quanto tale). Il tifoso, però, ha il diritto di dissentire pretendere rispetto se spende questo denaro in funzione di annunci e proclami. Se una società non mantiene la parola data in termini di gestione (non di risultati, quelli sono aleatori), allora vi è la mancanza di rispetto.
Un cambio di tecnico nel bel mezzo del precampionato, a pochi giorni dall'inizio della Serie A, non è la miglior premessa per dimostrare una gestione sana e per rinsaldare un rapporto mai sbocciato con la società (non sono tutti Moratti a questo mondo, purtroppo).
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