Nella giornata di Giovedì 27 Ottobre, l'ex allenatore dell'Inter - Roberto Mancini - ha
incontrato gli studenti dell'Università di Verona per dar loro qualche
consiglio e per rispondere a delle curiose domande sul suo passato
nerazzurro e sulla sua carriera in generale.
Verso le ore 16.45, Il Mancio
ha varcato i cancelli del Polo Universitario "Santa Marta" a bordo di
un mini van grigio, accompagnato dal suo autista personale. Al suo
arrivo, una folla entusiasta di studenti e giornalisti lo ha seguito
fino all'arrivo in Aula, dove è stato bloccato per qualche minuto per
delle veloci dichiarazioni prima dell'inizio della conferenza.
Apprezzabile il modo in cui incoraggia gli studenti a porgli delle domande: "Avanti, non siate timidi: ponetemi delle domande e io cercherò di rispondere a tutto".
"A tredici anni e mezzo sono andato via di casa per andare a Bologna e li è iniziato tutto. All'inizio ci sono state tante difficoltà, soprattutto perché ho dovuto lasciare la famiglia molto presto. Credo ci sia una similitudine tra l'inizio della mia carriera e l'inizio di quella che potrebbe essere la vostra, perché anche molti di voi hanno lasciato la propria famiglia per poter studiare nelle migliori università di Italia. Io sono stato fortunato perché ho trovato delle persone per bene che mi hanno insegnato e aiutato tanto, perché i giovani possono migliorare solo se trovano questo tipo di persone: quelle che magari non ti danno sempre ragione e che inizialmente reputi poco adatte e, invece, alla lunga capisci che sono quelle che ti danno di più."
Quanto sono importanti i punti di riferimento per coltivare i propri sogni? E quali sono?
"Senza dubbio sono sempre stati i miei genitori, perché mi hanno insegnato l'educazione, il rispetto per gli altri e per le regole. Poi, ovviamente, ho trovato tante persone lungo il mio percorso: più crescevo e più le persone attorno a me diventavano meno "per bene", ma poi anche queste ultime sono state molto importanti perché mi hanno aiutato ad acquisire la consapevolezza che quelli sono i modelli sbagliati, quelli da non seguire.
Nessuno è perfetto: io ho fatto tantissimi errori, ma sono contento perché sono sempre stato padrone del mio destino, ho sempre deciso da solo e ho sempre creduto che le mie scelte fossero quelle giuste."
Quanto è motivante un'esperienza positiva e quanto è altrettanto motivante un'esperienza negativa?
"Le cose non possono andare sempre bene, per questo motivo bisogna essere forti quando le cose non vanno per il verso giusto. Solo voi le potete cambiare, non gli altri, ed è proprio quando le cose non vanno bene che non devi mollare e crederci fino in fondo. La vita è difficile e fatta soprattutto di salite, quindi bisogna essere molto forti anche quando l'obiettivo sembra irraggiungibile. Tredici anni e mezzo sono pochi, io ho avuto difficoltà enormi, però avevo un obiettivo e volevo raggiungerlo. Alla fine poi vieni ripagato da tutti gli sforzi fatti da ragazzo, ma inizialmente sono tanti. Io poi ce l'ho fatta."
In questo mondo così difficile, è meglio accontentarsi o avere un sogno importante e non accontentarsi mai?
"Ci vuole sempre un po' di tempo, come in tutte le cose. Bisogna fare le cose per bene, con serietà e - soprattutto - studiare. Io rimpiango tantissimo di non aver studiato, vorrei tornare indietro e rimediare: a 50 anni rimpiango tantissimo gli anni della scuola. Voi avete questa grande possibilità: sfruttatela nel modo migliore."
Secondo lei, è meglio puntare a qualcosa di prestigioso oppure ad una cosa più modesta e ristretta ma dove ci si trova bene? Quanto pesa un ambiente dove ci si sente a proprio agio?
"Non lo so, è difficile rispondere a questa domanda. Ognuno la pensa a modo suo, io credo che ognuno debba puntare sempre al massimo, anche perché poi le qualità si sviluppano.
Io, per esempio, sono stato tanti anni in una grande squadra perché stavo bene e mi trovavo bene, il divertimento è la base della vita. Il gruppo era fantastico, si era creata una grandissima squadra e c'era un grande presidente che ci dava molta fiducia. In quegli anni non era una grande squadra, eppure abbiamo raggiunto traguardi importanti e impensabili proprio perché avevamo voglia di riuscirci tutti insieme."
Se le arrivasse un'offerta dalla Cina, cosa farebbe?
(sorride, ndr) "La Cina è un po' fuori mano, non nego che preferirei restare in Europa perché penso sia meglio per me."
Come vede la situazione dei giovani nel calcio italiano?
"Ammiro i giovani e quando posso li faccio giocare e gli do grande fiducia. L'avvento di giocatori stranieri ha creato qualche problema perché i giovani vengono usati meno, pero allo stesso tempo se uno è bravo e non molla credo possa arrivare comunque a grandi traguardi. In italia le persone che lavorano nei settori giovanili sono molto brave e preparate, l'unico problema forse è il salto di qualità che i giovani calciatori devono compiere nel passaggio dalla primavera alla prima squadra. Tuttavia, i settori giovanili in Italia sono assolutamente all'avanguardia. Ci sono tanti ragazzi bravi e che lavorano bene, anche se è vero che è altrettanto importante trovare l'allenatore giusto."
Come e quando viene presa la decisione di appendere le scarpe al chiodo?
"Si può smettere in un momento importante della carriera, oppure quando vedi che non ce la fai più. Io avevo l'obiettivo di diventare un allenatore, quindi ho smesso sapendo di poter iniziare sin da subito il mio nuovo percorso e lavorare con Eriksson alla Lazio. Avevo un obiettivo e volevo arrivarci velocemente.
Devo ammettere che quando ho smesso ero abbastanza stanco fisicamente. Giocare a calcio è la cosa più bella che ci sia ma bisogna anche impegnarsi molto e si è sempre sotto pressione. Negli ultimi vent'anni le partite sono aumentate, quindi è diventato ancor più impegnativo."
Nel calcio stanno nascendo nuovi figure, lo staff si arricchisce periodicamente con nuovi innesti. Per la tua esperienza, quali sono le figure irrinunciabili nel 2020?
"Oggi lo staff è molto più ampio, quando ho iniziato c'era l'allenatore, (a volte) l'allenatore dei portieri, l'allenatore in seconda e qualche preparatore. Al giorno d'oggi, invece, gli staff tecnici sono composti da numerose figure e tutti sono importanti. Se studiate, potete trovare posto anche voi."
Secondo lei è meglio specializzarsi in una cosa in particolare o saper fare un po' tutto?
"Se uno sa fare tante cose poi è ovvio che ha più possibilità, ma magari non è specializzato in quello che vorrebbe fare. Se uno invece è specializzato al 100% nella sua materia, poi lavorando con altre persone può ampliare e affinare le sue abilità."
In una squadra, lei preferisce avere a che fare con un giocatore "mediocre" ma che svolge alla perfezione ogni sua richiesta e lavora al meglio, oppure un grande giocatore?
"Personalmente io preferisco il grande giocatore, anche perché non ho grossi problemi con loro. Possiamo avere vedute diverse ma se uno ha l'obiettivo di vincere e non ha grandi giocatori, allora incontra un po' di difficoltà. Non si può piacere a tutti: posso piacere a undici giocatori, ma agli altri venti un po' meno. Ho sempre cercato di essere me stesso, credibile, onesto e di fare quello che penso sia giusto fare per centrare gli obiettivi.
"Non penso si possa fare l'equazione "bravo giocatore=bravo allenatore", anche se ovviamente un campione parte avvantaggiato, ma poi deve avere voglia di studiare e di migliorarsi. Fare l'allenatore è diverso che fare il calciatore perché bisogna pensare alla squadra 24/24h, ad ogni singolo componente. Inoltre, da calciatore se fai tutto bene ottieni per forza dei risultati, mentre ad un allenatore non basta fare tutto perfettamente per riuscire a vincere. Per diventare un tecnico vincente bisogna davvero lavorare duramente, rimettersi in gioco e mettercela tutta."
"Il calcio inglese è il più bello d'Europa perché c'è grande rispetto sia in campo che fuori, rispetto dei ruoli tra giocatori e staff ecc. Agli italiani piace la polemica, piace trovare una scusa, e quindi siamo un po' diversi. Non so se potremo cambiare la nostra mentalità e diventare, un giorno, come loro. Io sinceramente non credo sia possibile. Noi italiani abbiamo tante qualità, ma siamo diversi: io sono stato molto bene in Inghilterra, anche perché c'erano poche polemiche e poche interviste. Qui in Italia, invece, una volta finita la partita devi stare un'ora e mezza davanti alle telecamere per le interviste, mentre in Inghilterra le interviste post-partita durano circa cinque minuti e poi finisce tutto e ci si può rilassare."
Cosa nei pensa dei "grandi ritorni"? Come mai ha deciso di tornare all'Inter qualche tempo fa?
"Mai tornare!" (ride, ndr) "Io credo che non si debba mai tornare dove si è fatto bene, perché la seconda volta si può solo fare peggio. Io sono tornato all'Inter perché mi sono fatto convincere e ho creduto si potesse fare un progetto serio, anche se era ovvio che sarebbe servito un po' di tempo. L'affetto che mi lega al club mi ha fatto tornare: erano in difficoltà e ho pensato che avrei potuto dare una mano e ridare all'Inter tutto quello che mi aveva dato in passato."
E come mai ha deciso di mollare ad inizio stagione?
(ride, ndr) "Un giornalista nascosto lì da qualche parte ti ha chiesto di fare questa domanda? ...."
Va ad allenare l'Inghilterra?
(sorride, ndr) "No, no."
"Lo staff è molto importante: averne uno che non è sempre pronto a dire sì a tutto quello che dici, lo è ancora di più. Talvolta, uno staff capace anche di andare contro i pensieri dell'allenatore, può essere molto importante."
Lei ha mai avuto qualche piccolo screzio con un suo giocatore o con un suo allenatore, ai tempi in cui giocava ancora?
"Da giocatore mi è capitato di trattare male qualche mio allenatore, per poi vergognarmi come un cane quando tornavo a casa la sera. Può capitare che nasca qualche diverbio tra allenatore e giocatore, sono cose che capitano. Di errori se ne fanno tanti, è il nostro lavoro e queste cose capitano spesso: l'importante è riuscire poi a chiarirsi."
In merito ai suoi anni d'oro alla Sampdoria... quanto conta, a volte, un bell'ambiente?
"Ho giocato quindici anni alla Sampdoria, ogni anno avevo la possibilità di andare a giocare alla Juve, all'Inter o comunque in squadre che ogni anno giocavano la Coppa dei Campioni, però ho rinunciato a queste possibilità pur di restare nel mio ambiente ideale e che mi piaceva."
Nonostante le numerose critiche a cui il calcio italiano è sottoposto, perché gli allenatori italiani sono molto richiesti all'estero?
"Perché effettivamente gli allenatori italiani sono i più bravi e i più preparati: tecnicamente - tatticamente sono i migliori del mondo in assoluto."
Quant'è importante il ruolo del preparatore atletico? Quanto è importante la preparazione?
"La preparazione atletica è fondamentale per la squadra, anche se è impossibile che questa sia sempre al top della condizione per undici mesi. Credo che in Italia tutti gli allenatori e i preparatori siano molto bravi e preparati, poi dipende dalle situazioni che si trovano: a volte un allenatore ha la sfortuna di avere tanti giocatori in Nazionale e quindi deve allenare prima un gruppo e poi l'altro, e diventa difficile. Poi ci sono anche giocatori che hanno bisogno di un tipo di allenamento specifico, mentre altri che hanno bisogno di altro."
Quanto sono importanti i punti di riferimento per coltivare i propri sogni? E quali sono?
"Senza dubbio sono sempre stati i miei genitori, perché mi hanno insegnato l'educazione, il rispetto per gli altri e per le regole. Poi, ovviamente, ho trovato tante persone lungo il mio percorso: più crescevo e più le persone attorno a me diventavano meno "per bene", ma poi anche queste ultime sono state molto importanti perché mi hanno aiutato ad acquisire la consapevolezza che quelli sono i modelli sbagliati, quelli da non seguire.
Nessuno è perfetto: io ho fatto tantissimi errori, ma sono contento perché sono sempre stato padrone del mio destino, ho sempre deciso da solo e ho sempre creduto che le mie scelte fossero quelle giuste."
Quanto è motivante un'esperienza positiva e quanto è altrettanto motivante un'esperienza negativa?
"Le cose non possono andare sempre bene, per questo motivo bisogna essere forti quando le cose non vanno per il verso giusto. Solo voi le potete cambiare, non gli altri, ed è proprio quando le cose non vanno bene che non devi mollare e crederci fino in fondo. La vita è difficile e fatta soprattutto di salite, quindi bisogna essere molto forti anche quando l'obiettivo sembra irraggiungibile. Tredici anni e mezzo sono pochi, io ho avuto difficoltà enormi, però avevo un obiettivo e volevo raggiungerlo. Alla fine poi vieni ripagato da tutti gli sforzi fatti da ragazzo, ma inizialmente sono tanti. Io poi ce l'ho fatta."
In questo mondo così difficile, è meglio accontentarsi o avere un sogno importante e non accontentarsi mai?
"Ci vuole sempre un po' di tempo, come in tutte le cose. Bisogna fare le cose per bene, con serietà e - soprattutto - studiare. Io rimpiango tantissimo di non aver studiato, vorrei tornare indietro e rimediare: a 50 anni rimpiango tantissimo gli anni della scuola. Voi avete questa grande possibilità: sfruttatela nel modo migliore."
Secondo lei, è meglio puntare a qualcosa di prestigioso oppure ad una cosa più modesta e ristretta ma dove ci si trova bene? Quanto pesa un ambiente dove ci si sente a proprio agio?
"Non lo so, è difficile rispondere a questa domanda. Ognuno la pensa a modo suo, io credo che ognuno debba puntare sempre al massimo, anche perché poi le qualità si sviluppano.
Io, per esempio, sono stato tanti anni in una grande squadra perché stavo bene e mi trovavo bene, il divertimento è la base della vita. Il gruppo era fantastico, si era creata una grandissima squadra e c'era un grande presidente che ci dava molta fiducia. In quegli anni non era una grande squadra, eppure abbiamo raggiunto traguardi importanti e impensabili proprio perché avevamo voglia di riuscirci tutti insieme."
Se le arrivasse un'offerta dalla Cina, cosa farebbe?
(sorride, ndr) "La Cina è un po' fuori mano, non nego che preferirei restare in Europa perché penso sia meglio per me."
Come vede la situazione dei giovani nel calcio italiano?
"Ammiro i giovani e quando posso li faccio giocare e gli do grande fiducia. L'avvento di giocatori stranieri ha creato qualche problema perché i giovani vengono usati meno, pero allo stesso tempo se uno è bravo e non molla credo possa arrivare comunque a grandi traguardi. In italia le persone che lavorano nei settori giovanili sono molto brave e preparate, l'unico problema forse è il salto di qualità che i giovani calciatori devono compiere nel passaggio dalla primavera alla prima squadra. Tuttavia, i settori giovanili in Italia sono assolutamente all'avanguardia. Ci sono tanti ragazzi bravi e che lavorano bene, anche se è vero che è altrettanto importante trovare l'allenatore giusto."
Come e quando viene presa la decisione di appendere le scarpe al chiodo?
"Si può smettere in un momento importante della carriera, oppure quando vedi che non ce la fai più. Io avevo l'obiettivo di diventare un allenatore, quindi ho smesso sapendo di poter iniziare sin da subito il mio nuovo percorso e lavorare con Eriksson alla Lazio. Avevo un obiettivo e volevo arrivarci velocemente.
Devo ammettere che quando ho smesso ero abbastanza stanco fisicamente. Giocare a calcio è la cosa più bella che ci sia ma bisogna anche impegnarsi molto e si è sempre sotto pressione. Negli ultimi vent'anni le partite sono aumentate, quindi è diventato ancor più impegnativo."
Nel calcio stanno nascendo nuovi figure, lo staff si arricchisce periodicamente con nuovi innesti. Per la tua esperienza, quali sono le figure irrinunciabili nel 2020?
"Oggi lo staff è molto più ampio, quando ho iniziato c'era l'allenatore, (a volte) l'allenatore dei portieri, l'allenatore in seconda e qualche preparatore. Al giorno d'oggi, invece, gli staff tecnici sono composti da numerose figure e tutti sono importanti. Se studiate, potete trovare posto anche voi."
Secondo lei è meglio specializzarsi in una cosa in particolare o saper fare un po' tutto?
"Se uno sa fare tante cose poi è ovvio che ha più possibilità, ma magari non è specializzato in quello che vorrebbe fare. Se uno invece è specializzato al 100% nella sua materia, poi lavorando con altre persone può ampliare e affinare le sue abilità."
In una squadra, lei preferisce avere a che fare con un giocatore "mediocre" ma che svolge alla perfezione ogni sua richiesta e lavora al meglio, oppure un grande giocatore?
"Personalmente io preferisco il grande giocatore, anche perché non ho grossi problemi con loro. Possiamo avere vedute diverse ma se uno ha l'obiettivo di vincere e non ha grandi giocatori, allora incontra un po' di difficoltà. Non si può piacere a tutti: posso piacere a undici giocatori, ma agli altri venti un po' meno. Ho sempre cercato di essere me stesso, credibile, onesto e di fare quello che penso sia giusto fare per centrare gli obiettivi.
Tanti giocatori fenomenali, una volta intrapresa la carriera da allenatore, hanno fallito. Lei invece è un esempio di grande giocatore che è diventato un grande allenatore. Qual è il trucco per vincere anche da direttore tecnico?
"Non penso si possa fare l'equazione "bravo giocatore=bravo allenatore", anche se ovviamente un campione parte avvantaggiato, ma poi deve avere voglia di studiare e di migliorarsi. Fare l'allenatore è diverso che fare il calciatore perché bisogna pensare alla squadra 24/24h, ad ogni singolo componente. Inoltre, da calciatore se fai tutto bene ottieni per forza dei risultati, mentre ad un allenatore non basta fare tutto perfettamente per riuscire a vincere. Per diventare un tecnico vincente bisogna davvero lavorare duramente, rimettersi in gioco e mettercela tutta."
Qualche riflessione sul calcio inglese e sulle differenze di ambiente con quello italiano. Cosa si potrebbe fare per poter arrivare allo stesso livello del campionato inglese?
"Il calcio inglese è il più bello d'Europa perché c'è grande rispetto sia in campo che fuori, rispetto dei ruoli tra giocatori e staff ecc. Agli italiani piace la polemica, piace trovare una scusa, e quindi siamo un po' diversi. Non so se potremo cambiare la nostra mentalità e diventare, un giorno, come loro. Io sinceramente non credo sia possibile. Noi italiani abbiamo tante qualità, ma siamo diversi: io sono stato molto bene in Inghilterra, anche perché c'erano poche polemiche e poche interviste. Qui in Italia, invece, una volta finita la partita devi stare un'ora e mezza davanti alle telecamere per le interviste, mentre in Inghilterra le interviste post-partita durano circa cinque minuti e poi finisce tutto e ci si può rilassare."
Cosa nei pensa dei "grandi ritorni"? Come mai ha deciso di tornare all'Inter qualche tempo fa?
"Mai tornare!" (ride, ndr) "Io credo che non si debba mai tornare dove si è fatto bene, perché la seconda volta si può solo fare peggio. Io sono tornato all'Inter perché mi sono fatto convincere e ho creduto si potesse fare un progetto serio, anche se era ovvio che sarebbe servito un po' di tempo. L'affetto che mi lega al club mi ha fatto tornare: erano in difficoltà e ho pensato che avrei potuto dare una mano e ridare all'Inter tutto quello che mi aveva dato in passato."
E come mai ha deciso di mollare ad inizio stagione?
(ride, ndr) "Un giornalista nascosto lì da qualche parte ti ha chiesto di fare questa domanda? ...."
Va ad allenare l'Inghilterra?
(sorride, ndr) "No, no."
Quanto è importante lo Staff tecnico per un allenatore?
"Lo staff è molto importante: averne uno che non è sempre pronto a dire sì a tutto quello che dici, lo è ancora di più. Talvolta, uno staff capace anche di andare contro i pensieri dell'allenatore, può essere molto importante."
Lei ha mai avuto qualche piccolo screzio con un suo giocatore o con un suo allenatore, ai tempi in cui giocava ancora?
"Da giocatore mi è capitato di trattare male qualche mio allenatore, per poi vergognarmi come un cane quando tornavo a casa la sera. Può capitare che nasca qualche diverbio tra allenatore e giocatore, sono cose che capitano. Di errori se ne fanno tanti, è il nostro lavoro e queste cose capitano spesso: l'importante è riuscire poi a chiarirsi."
In merito ai suoi anni d'oro alla Sampdoria... quanto conta, a volte, un bell'ambiente?
"Ho giocato quindici anni alla Sampdoria, ogni anno avevo la possibilità di andare a giocare alla Juve, all'Inter o comunque in squadre che ogni anno giocavano la Coppa dei Campioni, però ho rinunciato a queste possibilità pur di restare nel mio ambiente ideale e che mi piaceva."
Nonostante le numerose critiche a cui il calcio italiano è sottoposto, perché gli allenatori italiani sono molto richiesti all'estero?
"Perché effettivamente gli allenatori italiani sono i più bravi e i più preparati: tecnicamente - tatticamente sono i migliori del mondo in assoluto."
Quant'è importante il ruolo del preparatore atletico? Quanto è importante la preparazione?
"La preparazione atletica è fondamentale per la squadra, anche se è impossibile che questa sia sempre al top della condizione per undici mesi. Credo che in Italia tutti gli allenatori e i preparatori siano molto bravi e preparati, poi dipende dalle situazioni che si trovano: a volte un allenatore ha la sfortuna di avere tanti giocatori in Nazionale e quindi deve allenare prima un gruppo e poi l'altro, e diventa difficile. Poi ci sono anche giocatori che hanno bisogno di un tipo di allenamento specifico, mentre altri che hanno bisogno di altro."
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Silvia Cipani
Articolista per la Redazione Voti-Fanta
Studentessa Universitaria di Scienze della Comunicazione
@silviacipani
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